Cari lettori e appassionati di wrestling, benvenuti in un nuovo editoriale. La crisi nera della WWE ormai non è più misurabile soltanto con i freddi numeri degli ascolti -che ormai da settimane e settimane segnano record negativi storici- ma è una crisi che affonda le sue radici più pericolose e robuste all’interno del backstage, creando scontento tra moltissimi atleti.

Appunto tra performer poco soddisfatti, show poco intrattenenti, storyline confuse e spesso senza senza senso alcuno, tra tutti questi elementi non possiamo esimerci dal cercare un colpevole. Non è solo un processo popolare, almeno nelle mie intenzioni, ma deve essere soprattutto una presa di coscienza, tanto più importante visto il periodo che il prodotto del wrestling sta vivendo.

Nella stanza macchiata del sangue della WWE, l’uomo con il coltello stretto in pugno non può che essere quello che in passato, nelle stesse mani, stringeva saldamente il timone: l’artefice del tentato omicidio della federazione è Vince McMahon.

Non vorrei fare semplice sensazionalismo con questa frase, ma vorrei invitarvi a una riflessione. Ormai i rumors, le notizie, ma anche i fatti che ci fanno intendere questa scomoda verità, sono troppi. E lo show andato in onda ieri sera dall’Arabia Saudita ci ha consegnato un’ulteriore conferma di ciò che sto per scrivere: la dirigenza della WWE non ha più rispetto per i suoi atleti, per il suo stesso prodotto. Se Vince McMahon è il colpevole, questa mancanza di rispetto è senza dubbio l’arma del delitto.

Uno dei più gravi problemi che la federazione ha dovuto affrontare negli ultimi anni è stato quello di dover creare nuovi volti riconoscibili per il proprio prodotto. Le ultime grandi creazioni della WWE sono state CM Punk e lo Shield, e dopo di loro c’è stato il deserto totale.

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A cura di Francesco D’Agostino di spaziowrestling.it